Quel che resta nasce dal bisogno di darsi un luogo, non tanto come spazio fisico e immobile ma, nella più pregnante accezione antropologica e letteraria, come senso di appartenenza, terreno di elaborazione e condivisione, aperta e problematica, culturale, come meta di un camminare che indichi nuovi percorsi possibili, senza dimenticare le strade più aperte, solide, non scontate già percorse e da noi ereditate.

È, Quel che resta, prima di tutto una riflessione nata e proseguita nei tempi della chiusura, nei silenzi radicali delle nostre esistenze e nella solitudine, psicologica e umana, vissuta nei mesi passati, che tuttavia muove da processi sedimentari i cui strati originano da una storia di lunga durata.

In quei giorni, così nuovi per ognuno di noi, così paradigmatici, ci siamo chiesti, ancora più che in passato, cosa restasse di tutta la vita che avevamo prima. La domanda, però, era mal posta poiché, prima di chiederci “cosa”, forse sarebbe stato necessario interrogarsi su cosa significasse “restare”, “resto”, cosa avesse a che fare questo concetto con la letteratura, l’antropologia, l’arte, con la cultura in genere, che nonostante tutto continuiamo a percepire come un nostro orizzonte d’azione.

E così come queste riflessioni sono nate dialoganti tra di noi, allo stesso modo abbiamo pensato di coinvolgere altre persone, spazi, luoghi, credendo che fosse necessario abitare anche i non luoghi o i “non ancora luoghi”, come la rete, dove il chiacchiericcio e il brusio sembrano essere la base del discorso comune. Ci è parso necessario anche, in questa ricerca di riabitare “nuovi luoghi”, riconsiderare i “non più luoghi”, distrutti dalle logiche omologanti e dominanti, ma non del tutto cancellati e che continuano ad interrogarci.

Con queste idee, qui schematicamente ricordate, sono nati gli incontri che mensilmente si terranno in diretta su questo sito, sulla pagina fb e sugli altri nostri canali social. Scrittori, filosofi, artisti, insegnanti: abbiamo deciso di coinvolgere diverse realtà per rispondere, infine, sempre a quell’unica domanda che ritorna e conclude ogni nostra discussione: “Cosa resta?”

Abbiamo iniziato a interrogare gli scrittori, ma Quel che resta non vuole essere un’esperienza legata solo alla letteratura, poiché si aprirà all’antropologia, all’urbanistica, allo studio del paesaggio, alla semiotica, alla fotografia e all’arte contemporanea.

La nostra intenzione, dal blog ai social e alle interazioni che ne scaturiranno, non è essere l’ennesimo contenitore di incontri in serie, il nostro obiettivo è di far nascere una “nuova comunità”. Si “resta” in un luogo solo se esso è popolato di legami, relazioni, memorie, rapporti: un luogo è tale solo se è possibile vivere con.

Ecco perché vogliamo, e speriamo di costruire, nei fatti degli incontri, dei dialoghi e degli articoli&riflessioni che escano dall’idea dell’evento promozionale. Restare significa non avere fretta, conoscere la pratica dell’attesa, che però non paralizzi, e può comportare il non obbedire alla regola dei libri del momento, dei fatti del momento, della cronaca spiccia, dell’ideologia di un presente perenne, senza memoria del passato e senza progetto del futuro. Restare è cercare un tempo nuovo.

Per tutte queste ragioni, abbiamo scelto i tempi lunghi, dilatati, le pause, i vuoti, il non dover essere per forza sempre presenti, convinti che l’assenza così come la presenza sia la forza del nostro agire.

Il segnavia di questo nostro andare rimanendo fermi sono poche parole, che ci accompagneranno nella nostra ricerca: paesaggio, memoria, abbandono, luoghi, sacro, modernità, archivio, traccia, casa, museo, silenzio. Parole antiche e nuove come appaesamento, abitare, pietas, pena, cura, tenerezza, misericordia, amore.

Quel che resta è appunto il tentativo di uscire dalla semplificazione: il “resto” a cui facciamo riferimento non è l’eccedenza, il surplus, il “dippiù”, ma è la volontà che lo “scarto” diventi “pietra angolare”. Quel che resta è ciò che rimane quando vengono tolti gli orpelli del troppo e del vano, è la memoria, che non deve essere vista come un fardello del passato, come un peso, come ciò che rimane dietro l’uomo, ma è ciò che resta davanti, sono le schegge, i frammenti, gli scarti, gli avanzi, le molliche, le pietre che indicano l’itinerario da percorrere.

L’impegno che ci proponiamo è quello di scegliere la solitudine invece dell’isolamento, il dialogare sobrio invece del chiacchiericcio rumoroso, l’attenzione a quello che dicono gli altri e non la pratica di uno sterile autoascolto e di una interminabile tendenza a parlare di sé che non servono a individuare strade comuni, condivise, aperte.

Ed è lo stesso che chiediamo a voi, ovvero di fare comunità in questa solitudine che fatica a diventare feconda, rapporto con il mondo interno e con la vita, dialogo, messa in discussione di tutte le certezze. Chiediamo di sentirvi parte e protagonisti di una “comunità” che inventeremo e costruiremo assieme, ognuno con le proprie possibilità, specificità, competenze, passioni.

Alberto, Demetrio, Francesco, Isabella, Paola, Vito


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