C’era stato il crollo del Muro, c’era stata la fine dell’Urss, l’Europa, però, tornava a conoscere, come nell’ex Iugoslavia, forme di etnocidio, xenofobia, razzismo. In questo contesto – il ’92 è l’anno di Tangentopoli e di Mani Pulite – comincia il grande successo anche a livello elettorale la Lega di Bossi, di Miglio, del giovane Salvini. La «questione meridionale», che fin dall’unificazione nazionale e soprattutto nel secondo dopoguerra, era stata al centro, almeno a parole, dell’attenzione politica nazionale, aveva ceduto lentamente il passo a una «questione settentrionale». Umberto Bossi afferma con candore che l’antimeridionalismo è un elemento caratterizzante della politica e del successo leghista. devastazione del paesaggio. Neanche nel periodo post-unitario e dell’antropologia dei Lombroso e dei Niceforo, si erano visti odi e rancori antimeridionali e teorizzazione di separare l’Italia.  

Gianfranco Miglio, lontano dalle cautele e dalle preoccupazioni elettorali dei dirigenti leghisti dichiara, in maniera dura e chiara, di non «amare i meridionali».  Il «razzismo culturale» della Lega, in un più generale ambiente di ostilità per gli immigrati, nasce dalla miscela esplosiva di un razzismo antimeridionale, antico, mai sopito, e da nuove forme di xenofobia. L’antimeridionalismo della Lega genera risposte e confutazioni che trovano ampio spazio sui giornali e nei media. Il rischio era che alle tendenze secessioniste del Nord, il Sud potesse rispondere, come ricordavano Giovanni Russo e Isaia Sales, con miti e nostalgie filoborbonici, scendendo sul terreno «separatista» prediletto dai leghisti. 

© Livia Paola Di Chiara | Borgo Mezzanone con Gargano

Nel mio La razza maledetta. Origine del pregiudizio antimeridionali decostruivo i paradigmi razzisti e xenofobi che si erano conservati, in maniera sotterranea, per oltre un secolo.  Il grande merito, culturale e civile, di Franco Cassano, sociologo attento e originale, è quello di rimettere al centro del dibattito nazionale, in forme diverse dal passato, la «questione meridionale».  

Ne Il pensiero meridiano del 1996, Cassano con ricostruzioni, immagini e scritture che avrebbero fatto anche tendenza (si pensi ai temi della lentezza, del riguardare, del camminare, che spesso, però, sarebbero stati banalizzati da frettolosi lettori)  invita a considerare il Sud «soggetto di pensiero»,  a non «pensare il sud alla luce della modernità ma al contrario pensare la modernità alla luce del sud», nel periodo in cui, anche a seguito delle posizioni razziste e leghiste, i meridionali vivono una situazione di sfiducia, di insicurezza, quasi di vergogna per le proprie tradizioni. Pensare il sud, vuol dire che il sud diventa soggetto di pensiero e viene riconosciuto nella propria autonomia.  Cassano aveva precisato che «restituire al Sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri» non significa «indulgenza per il localismo, quel giocare melmoso con i propri vizi che ha condotto qualcuno a chiamare il Sud un “inferno”». Il «pensiero meridiano» non è «uno stupido esclusivismo (quanti settentrionali lo hanno incontrato!), né è seduto su una comoda rendita territoriale». 

L’invito di Cassano arrivava in un momento in cui, dopo una lunga attenzione ai problemi del Sud e dopo la grande ubriacatura modernista, il Meridione d’Italia, la “questione meridionale”, le culture del Sud erano state rimosse, cancellate, negate dalle culture osservanti e dal pensiero esterno. Cade in un periodo in cui, anche a seguito delle posizioni razziste e leghiste, i meridionali vivono una situazione di sfiducia, quasi di vergogna per le loro tradizioni. Il leghismo, in particolare, aveva avuto effetti devastanti anche per la percezione e la rappresentazione di sé delle popolazioni meridionali. Cassano ribaltava l’ottica di tali letture, intercettava un bisogno abbastanza diffuso: quello di restituire orgoglio e dignità alla storia e alla cultura dei luoghi. Il lavoro dello studioso generava entusiasmi, alimentava speranze e trovava adesioni. 

Mi permetto di ricordare come, anche per il grande capacità evocativa dell’espressione, e come omaggio allo studioso, nel 1997 pensavo di dare a un lavoro a più voci, da me progettato e curato, sulle culture alimentari di Calabria e Basilicata, colte all’interno di una storia e di una tradizione mediterranea di lunga durata,  il titolo Mangiare meridiano.  In quel volume segnalavo le peculiarità alimentari e culturali del Mediterraneo e delle due regioni, mostravo che il “mangiare” non può essere ridotto a nutrizione. Mangiare, da noi, è uno stile di vita, una cultura, un “modo di essere”. Mi soffermavo sulla sacralità del cibo, sulla convivialità, sulle ritualità alimentari.  Mettevo, tuttavia, l’accento anche su una storia alimentare del Sud segnata da fame, da indigenze, da carestie, da precarietà. Non intendevo fare alcuna apologia e mitologia della “dieta mediterranea”, intesa come tutte le costruzioni identitarie, come un qualcosa di astorico, perenne e immobile. 

© Livia Paola Di Chiara | Polignano a mare

Scrivevo a tal proposito: “Mangiare meridiano non è un nuovo slogan, non significa apologia delle tradizioni alimentari del Mediterraneo, non suggerisce scoperte e riproposte improbabili di tradizioni, magari inventate. Non ipotizza superiorità rispetto ad altre tradizioni, dimenticanze delle sofferenze del passato, chiusure rispetto alle novità. Mangiare meridiano suggerisce un modo di conoscere, fuori da miti e da retoriche, il passato alimentare, di segnalarne limiti e splendori. Richiede un collegamento autentico con le proprie tradizioni, la capacità di osservare e giudicare dall’interno le  proprie abitudini, e non con lo sguardo delle mode e delle industrie alimentari.”

Nel riconoscere la complessità, la bellezza e le peculiarità delle culture alimentari del Mezzogiorno d’Italia, avvertivo la necessità di scongiurare qualsiasi mitizzazione del buon tempo antico mai esistito. Invitavo a storicizzare e a non decontestualizzare le nostre tradizioni. La retorica sull’identità, considerata con un blocco monocromatico, infatti, era in agguato. L’aggettivo “meridiano” cominciava, infatti, a essere banalizzato, ridotto a una sorta di slogan che abbracciava tutto e il contrario di tutto. Cassano viveva con disagio e con un certo fastidio intellettuale l’accostamento alle sue riflessioni, non certo di poche rigorose analisi e riflessioni meditate sul Sud che si rifacevano al suo pensiero, di una variegata e scadente letteratura enfatica, che diventava una sorta  “stupido esclusivismo” rovesciato e dava origine a tante retoriche identitarie. Non è un caso che Cassano adoperi il termine pensiero e non quello abbastanza controverso di “identità”. Era lontano da un’identità pensata spesso come una sorta di nucleo granitico statico, puro e monolitico, ridotta a una specie di fortino assediato, indicata come qualcosa da contrapporre agli altri o qualcosa di astratto, di statico, di immobile, di declamatorio. Presentata come un’isola scampata ai processi di modernizzazione, attraverso la figura di Ulisse e  la poesia di Pasolini Cassano si misura con una storia fatta di aperture, di mobilità, di scambi, di dialoghi, di luci e di ombre. 

Quando oramai era diventato, a ragione, una sorta di fondatore mitico di una nuova soggettività del Sud, Cassano in alcuni suoi libri (Paeninsula. L’Italia da ritrovare, 1998;  Lo sguardo italiano. Rappresentare il mediterraneo, 2000 (con Vincenzo Consolo); L’alternativa mediterranea, Feltrinelli, Milano, 2007 (a cura di) (con Danilo Zolo; ); Tre modi di vedere il Sud, 2009) prende in considerazione la complessità e le contraddizioni del Meridione e dell’universo Mediterraneo,  lontano da ogni forma di autoassoluzione e giustificazionismo del degrado del Sud.   La prospettiva meridionale può apportare a un ribaltamento dei modelli unici, economici e politici, a condizione che dia un contributo e a un apporto originale al processo di integrazione europea, che sappia contemplare il contributo portato in dote dai popoli del Mediterraneo (come sosteneva con forza Predrag Matvejevic’ da tempo).  

© Livia Paola Di Chiara | Capitanata

Cassano, sociologo, pensatore, intellettuale raffinato, dotato di una scrittura elegante e accattivante, letteraria, rinnovava anche una delle migliori caratteristiche del meridionalismo classico: l’impegno concreto, attivo, responsabile per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni e per contrastare le degenerazioni di una modernizzazione violenta e devastante. Nel 2003 fonda e presiede (nel primo anno d’attività) l’associazione barese di cittadinanza attiva “Città plurale”. L’attività associativa e le riflessioni contenute in Homo Civicus (2014) sulla riscoperta della cittadinanza attiva e dell’importanza dei beni comuni, offrono notevoli sollecitazioni  alla stagione culturale e politica nota come “Primavera pugliese”. E’ stato eletto alla Camera dei deputati nel 2013 come indipendente nelle file del Partito Democratico, ma egli è rimasto fino a ieri, pure ammalato, uno scrittore, un pensatore critico, un “militante” per un nuova realtà e immagine del Sud. Chi ha avuto la fortuna e il piacere di conoscerlo, può anche dire che Cassano era una persona perbene, garbata, disponibile, che sapeva guardare e ascoltare.

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