Per trent’anni sono rimasto dov’ero cresciuto ma poi, come hanno fatto in tanti, per lavoro mi sono spostato più in basso. Quando ero piccolo nel mio paese c’erano due alimentari, un bar, una scuola elementare, una gelateria che era anche ferramenta, e una specie di negozio di vestiti. Adesso non c’è più nemmeno il bar.

Quelli che s’erano spostati, allora, che avevano preso marito o moglie in pianura, e siccome il marito o la moglie non amavano venire su li vedevi solo al sabato, rilassati, in piazza, e ascoltandoli sentivi che avevano preso la cantilena strascicata di pianura, e si vestivano bene, e gesticolavano meno, e avevano il golfino sulle spalle e i mocassini; oppure venivano su in moto, e si fermavano a parlare senza scendere, tenendo il casco in braccio, con un sorriso contenuto a significare che erano ancora qui, di qui, di questo posto: tu cosa sei, adesso?

Mia cara terra in cui vivo spiantato, perdonami se puoi, che non ti canto. Già paranoica ben t’hanno cantato, modo io non avrei se non rimpianto.

Villette a schiera anni Ottanta addossate a un costone sbancato, all’ombra perpetua, sgocciolii di neve quando c’era, la balconata in legno che marcisce, finto alpino, Vendesi; campeggi abbandonati, capannoni chiusi dal giorno dell’inaugurazione, Affittasi; porcilaie abbandonate, silos ripiegati sul proprio basamento, vasconi invasi dalle more; borgate abbandonate, Crollasi.

Il mio amico Emiliano sta vicino al crinale, e non s’è mosso. Per salire da lui c’è una mezz’ora di strada aggiuntiva, ed è una mezz’ora che fa la differenza. Emiliano porta avanti il ristorante di sua madre, accanto al luogo in cui fino a qualche anno fa c’era uno skilift. Mentre lo smontavano lui ne ha staccato un pezzo e l’ha appeso a una parete del suo ristorante. Per lui quel pezzo di skilift è l’infanzia e il circo. Emi è un cantautore, e per le prove col suo gruppo, fra andata e ritorno, fa centottanta chilometri. A cavallo dell’Alpe niente è comodo; rimanere o andarsene, non è mai soltanto una scelta.

Nel tempo del covid, tante case son state riaperte da villeggianti che non si vedevano da anni, macchine come non mai. Ma Emiliano dice: – Tu lo sai, c’è bisogno di abitanti, mica di villeggianti. – E io mi sento in colpa per essermi spostato, mentre lui da qualche parte coltiva la colpa d’essere rimasto. Dovremmo scambiarci di posto, un mese per uno, sapessi fare il suo lavoro, insoddisfatti per sempre, rasserenati ogni tanto.

A novembre, in paese, ho trovato per caso mio fratello, il terzogenito, Marco, che stava giocando a calcetto, sudato in maglietta da prendere un canchero, in un tempo grigio bluastro, con quella luce che ha il nostro versante quando il sole è andato e di là invece sta calando; mio fratello mi ha visto ed è venuto a bordo campo – il campo di cemento vicino al cimitero: quello d’erba è abbandonato da non so quanti anni, non ci sono più le porte, ci va qualcuno a scavare delle buche per allenare i cani da tartufo. Mio fratello era disfatto di stanchezza: giocavano in due contro due. Trovare i compagni sufficienti per giocare in due contro due era stata già una fortuna, non capita spesso.

Quando facevo l’Istituto d’Arte a Modena, partivo alle sei di mattina, tornavo alle cinque e quaranta di sera, d’inverno era buio; sceso dalla corriera in piazza sceglievo un sasso, attaccavo a calciarlo, e se riuscivo a portarlo fino a casa senza farlo finir giù per le scarpate, sarebbe successo qualcosa. Tra le materie a scuola c’era fotografia, mi toccò di comprare una macchina manuale, usata – m’infastidiva tenere l’occhio miope nel mirino, in pochi minuti si stancava e mi faceva male, non riuscivo più a guardare. Un pomeriggio entrai in casa, trovai mio padre addormentato sul divano, con Marco di pochi mesi in braccio; li fotografai di profilo. Se penso a me che facevo quelle foto, tolto lo schifo dell’adolescenza, riconosco la mia forma di adesso. Mio fratello Marco, il più piccolo, adesso ha trent’anni, non è diverso da me; mio padre allora ne aveva trentasei, dieci in meno di me adesso, che sono lo stesso che scattava quelle foto.

Cerchi continuamente il modo per mantenere incollati il bambino che eri e l’adulto che sei; se chiedi alla terra, la terra non risponde. 

Che cosa vuoi raccontare? Terra disastrata, spopolata, sgangherata, opaca, ferma a quand’eri bambino. Più vai avanti e più devi stare attento per tenere a bada il demone della nostalgia, che rende ancora più complicato raccontare quel che già non possiedi per intero. La nostalgia è nemica delle storie fatte bene.

Quando scrivi, lavori con uno scarto rispetto al presente: assimili le cose attraverso il filtro del tempo che è passato. C’è il rischio che il rimpianto per l’infanzia, che come tutti vedi unica, perché l’hai vissuta dall’interno, ti impedisca di guardare e riconoscere il resto.

Perciò hai sempre il timore di non saper cogliere il tempo presente, mentre lavori a una eternizzazione del tempo passato, spostandolo in un tempo mitico, che è quello che tenti scrivendo.

Le distanze si sono accorciate; prima fisicamente, perché la viabilità è cambiata e la lontananza dalla città che c’era quand’eri piccolo è diminuita; poi è arrivato internet. Ci si somiglia di più tutti quanti, e lo scarto fra un ragazzino che viene giù dalla montagna e un ragazzino di città, entrambi provinciali, ma con punti di rincorsa diversi rispetto a un centro ipotetico, si è molto ridotto rispetto agli anni Ottanta. Siamo tutti provinciali nello stesso modo; stessi vestiti, stesse pettinature, stesse droghe, stessi gusti, per quelli di giù e quelli di su, i pochi che restano. Forse continua a esserci un rapporto diverso con lo spazio, per chi resta su: ti abitui alla lentezza e alla rarefazione, ti adatti al poco.

© Alberto Gangemi | Cittanova, luglio 2020

Mi ha scritto un ragazzo e mi ha detto che il mondo che abbiamo vissuto e che descrivo, l’essere bimbi in appennino allora, non c’è più. Ma come, gli ho detto io, ci sarà per i bimbi di adesso. No, ha detto lui, è diverso. Il fatto che io ne sia fuori, come da un tempo mitico, non vuol dire che un altro ci sia dentro: quel bimbo non è più dentro quel tempo, è dentro al presente di adesso. Allo stesso modo in cui noi non andavamo più dietro alle mucche come avevano fatto i nostri nonni, i miei figli non faranno il giro del latte come lo facevo io insieme a mio padre, con i bidoni d’alluminio, quando lui faceva il garzone al caseificio, e alla fine del giro mi mollava a scuola. Nessun bimbo rivive l’identico paesaggio. Lo rivive nuovo. La mia morosa sta facendo, in questi giorni, ricerche sui suoi antenati. Io non so il nome già del padre di mio nonno, non so il nome già del padre di mia nonna; ma anche se sapessi andare indietro per ventitré generazioni, non cambierebbe niente.

Dal momento che non puoi più essere bambino e litigare con tuo fratello Pietro, il secondogenito, per dormire più comodo a suo danno nel sedile posteriore della macchina, con i tuoi genitori davanti, tuo padre che guida, tornando dalla casa a Pratissolo, in pianura, Reggio Emilia, dove tuo nonno fa il mezzadro, con in bocca il sapore del gnocco fritto avanzato dal pranzo e pucciato a cena nel latte per Natale, e la ruggine del rubinetto, e il freddo nelle ossa perché la stufa in centro allo stanzone non bastava, e la coperta sapeva di cane; dal momento in cui non puoi più essere bambino nel giorno in cui finito agosto i coetanei che non ti attenti a definire amici ritornano a Milano da dove son venuti, villeggianti, e la borgata si svuota e si prepara all’autunno, e tu cominci a provare quella malinconia di cui ancora non sai dire ma che a quattordici anni diventerà una cappa da far fatica a respirare, e non arriva la nebbia ma quel cielo bianco con l’odore delle noci marce; se non puoi essere bambino a quei tempi in cui le trovate di funghi sono favolose, e le nevicate favolose, e il perlinato nelle pizzerie ti parla del presente, se non puoi essere più lì perché di quello non è rimasto niente, allora è chiaro che non rimane niente, e che puoi addormentarti.

Comunque, la nostalgia è una truffa. È un sentimento che tu basi, come tutti, su una durata che è percepita da te singolarmente; i giorni dell’infanzia si dilatano fino a durare anni, nella mente, gli anni dell’età adulta vengono via a poco. La nostalgia più larga che si possa provare, persino di una civiltà e di un’era, sarebbe niente di niente, comunque.

E che io faccia in tempo ad avere dieci figli oppure uno, che mio figlio ne abbia dieci a sua volta oppure uno, che quando sarò morto i loro figli vivano in qualsiasi parte del mondo o infine in qualsiasi mondo, non resterà niente. Della valle in cui sono cresciuto, delle foreste disboscate per farne campi coltivati e poi rimangiate dal bosco, del torrente, della forma che la valle e il torrente hanno avuto per l’attimo brevissimo in cui centinaia di generazioni di bestie e poi di umani e poi di bestie ci hanno vissuto e hanno fatto quel che han fatto, non resterà niente.

Perché non ti uccidi? Non lo sai. Perché non molli tutto e ti dedichi a…? Non lo sai. Perché cerchi di fare con cura ogni piccola cosa che fai? Non lo sai. Perché vivi mediamente con questa gioia addosso? Non lo sai. Cambia qualcosa, qualunque cosa tu sappia? Non cambia. Va bene così? Certo, non può che andar bene così.

Andare giù a Pratissolo, vicino a Scandiano, per Natale, era un viaggio molto più lungo se lo rapporti al medesimo viaggio fatto adesso. Non solo perché certi stradoni non c’erano ancora, e le distanze si sono avvicinate: per come era esotico il pari, in pianura, com’era esotica la ferrovia che passava in fondo al campo. Il nonno aveva una R4 familiare con il cassone rinforzato da pannelli in legno per caricarci i bidoni del latte (nostalgia), il bagno era esterno (via Gluck, nostalgia), e per pulirti avevi i fogli di giornale infilzati su un gancio, e al di là della parete muggivano le mucche, perché il bagno confinava con la stalla (nostalgia); Scandiano e la pianura erano fuori dal tuo mondo, esotici davvero, lontanissimi. Il viaggio per tornare, la notte, stanchi, dopo aver giocato tutto il giorno coi cugini, non finiva più. Litigavi con tuo fratello Pietro per guadagnare quei due o tre centimetri, riuscire  a stendere il collo; se lui ti finiva addosso, tu lo spingevi via; lui si svegliava, (nostalgia), ti dava addosso, il papà davanti diceva di smetterla; e se continuavate, dopo la seconda sgridata, per castigo toccava di mettervi impettiti a sedere tutti e due; e se non puoi dormire più lì con tuo fratello, allora speri che quando morirai questo significhi dormire per sempre ed essere consapevole del tuo dormire, ed essere lì su quel sedile.

La casa e la stalla dove lavorava il nonno prima di tornare su e morire a Carpineti sono state demolite; hanno asfaltato la stradina, sgombrato il rottamaio di trattori, ci hanno fatto un complesso di villette; mia zia, che in quella casa era cresciuta, si è informata a un certo punto per comprarne una porzione, quando ha visto che stavan costruendo (nostalgia); ma costava troppo, che se la tenessero.

Il mio amico Emiliano, con i suoi compagni, andava a fumare sul crinale, la notte, e facevano un gioco, guardando verso nordovest, spalle alla Garfagnana, fronte alla pianura padana; guardavano la valle dall’alto, e indovinavano al buio la topografia e la gente, sulla base delle luci accese: quello è Gianni della tal borgata, quella è la Serena di quell’altra, quello è Sant’Andrea, quella è la trattoria del Cacciatore, quelli son Tizio e Caio del tal posto. Adesso si fa molto presto a fare il gioco, perché di luci accese ce ne son rimaste poche, e ogni luce che si spegne vuole dire che non si riaccenderà più, perché il vecchio che ci abitava è morto, dice Emi.

Come viveva quella gente, come sopportava la miseria, come nutriva gli animali e i bimbi? Di chi erano parenti, che sangue hanno trasmesso? Tocca essere attenti, con le cartoline dei bei tempi andati: non erano belli, e sono andati.

Non hai il diritto di deridere chi riutilizza una carriola vecchia del letame per farci una fioriera, chi appende un giogo da buoi con due lampadine al soffitto. Sei spiantato, taci.

Chiedi che basti una doccia per essere nuovo, per essere assolto da tutta la vita che hai fatto. Ma la vita che hai fatto è migliore di quella che fai. E c’è l’alba che adesso ti coccola dalle finestre, e accarezza mutande e magliette e vergogna e lenzuola. C’è tuo figlio che vuole gli compri una macchina nuova.

Non capisci perché la tua terra ti sembra un rimpianto – la calpesti, ci affondi, e non riesci a vederla davvero, e ti chiedi com’è che ci vive la gente che vive.

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