Avere una tradizione è meno che nulla, è solo cercandola che si può viverla.

C. Pavese, prefazione alla prima edizione italiana di Moby Dick, Frassinelli 1932

Una breve, enorme distanza

Due foto. Un luogo. Sessant’anni di distanza. A chi appartiene – più o meno – alla mia generazione, non dovrebbe sfuggire il fatto che questa distanza corrisponda approssimativamente al tempo delle nostre vite.

Cosa ci dice, in fondo, una foto? Fissa un istante nel tempo. Mette in evidenza (in primo piano) un elemento e ne adombra – nel duplice senso di offuscare, nascondere, e di insinuare, suggerire – un altro. In una foto non c’è solo quello che si vede, ma anche quello che non si vede.

Ogni giorno constatiamo, in mille modi, di vivere in un mondo dominato dalle immagini, innumerevolmente riproducibili. Dobbiamo fare i conti con quanto suggeriscono o nascondono e con le direzioni in cui spingono il pensiero. Le immagini spesso si impongono, asservite al profitto, come loghi, brand, la cui staticità non contribuisce alla capacità di cogliere le sfumature, la mobilità, l’incertezza anche, che sta al di là di quanto si “vede”. Questo è vero in particolare per le immagini del paesaggio, alla cui costruzione attraverso il Novecento sono state dedicate varie riflessioni. Personalmente percepisco spesso il proliferare del termine “iconico”, trasferitosi in un sostanziale rovesciamento di senso dall’uso filosofico e semiologico a quello pubblicitario (di prodotti ma anche di mete turistiche, ovvero paesaggi), come un piccolo segno di questa imposizione su vasta scala di letture commerciali, interessate e spesso largamente arbitrarie della realtà e dei luoghi.

In queste due foto, l’inquadratura analoga ci spinge deliberatamente al confronto. A ben vedere, le due foto ci interrogano, ci stimolano a chiederci cosa è accaduto nell’intervallo di tempo che racchiudono. E poi, cosa era successo prima e forse cosa accadrà dopo.

In superficie, si potrebbe pensare che la storia che raccontano sia quella di una felice ricostruzione. Begli intonaci colorati, qualche pregevole decorazione, lampioni in stile antico dove prima c’erano muri scrostati ed erbacce. Auto lucenti dove c’erano macerie.

Chi conosce il luogo, coglie alcune trasformazioni del territorio: la casa scomparsa, che ha lasciato il posto alla piazza con il parcheggio. Osservando meglio la prima foto, il paese che sembra abbandonato, come tanti altri nelle zone appenniniche, mostra il segno di un costante passaggio umano lungo il caruggio verso una stradina tra le case sulla destra, là dove si nota che le erbe non ricrescevano; teso sulla facciata della casa accanto sembra di distinguere un filo elettrico.

Siamo nell’immediato entroterra delle spiagge del levante ligure, nei primi metri di quella Liguria “opaca”, come l’aveva definita Calvino, che non splende dei riflessi del mare o delle grazie turistiche del litorale. Calvino pensava, verosimilmente, al paesaggio della Liguria di ponente, a lui più familiare; ne scrive nel 1971, alcuni anni dopo la nostra prima immagine. Ma la costruzione semiotica dello spazio che ne deriva chiarisce bene lo scopo di questa contrapposizione tra luce e ombra, che in fondo potremmo fare anche nostro, come spunto per un tentativo di interpretare il mondo.

I paesi ai tempi del covid

Queste due foto, da sole, non ci dicono molto dello spopolamento e del ripopolamento di questo luogo. Ce lo propongono solo come dato di fatto e, di conseguenza, comportano il rischio di una semplificazione. È solo approfondendo oltre la superficie, rivolgendosi anche ad altre fonti che permettono di leggere le immagini inquadrandole in un contesto, che si scopre come si viveva qui nei decenni precedenti, nei quali la rivoluzione industriale si era affacciata con una piccola attività mineraria e con le prime fabbriche a fondo valle. Della rapida “fine” che creò le condizioni delle prima immagine generando, nel volgere di poco più di una decade a partire dagli anni Cinquanta, una improvvisa e violenta cesura con il presente che non può essere ignorata per guardare al futuro di questi posti. Queste due semplici foto “illustrano”, ma non spiegano, il destino particolare di questo luogo, legato anche alla relativa vicinanza alla costa e alla fortunata riscoperta e al recupero di una locale miniera di rame preistorica, particolarità che ne hanno forse determinato la difficile sopravvivenza negli ultimi decenni del Novecento e l’attuale salvezza. Di come si viva qui oggi, in una comunità (da intendersi nel senso geografico e amministrativo) che, in realtà, ha conservato elementi di continuità assai labili con quelle precedenti e che si sforza di reinventarsi – tra pendolarismo, precarietà e smart working – non senza difficoltà e contraddizioni. Le foto interrogano, più che rispondere: sono un punto di partenza.

In tempi di covid (ma il fenomeno qui e altrove era timidamente in atto già da qualche anno), in Italia è stata osservata una relativa tendenza, peraltro opposta a quella economica globale, allo spostamento dalle città ai paesi. In alcuni casi nel 2020 si sono registrati aumenti del numero di residenti in piccoli centri che da anni conducevano una stentata esistenza nelle zone interne. Attenzione, però: in generale questo non accade perché nei paesi dell’Appennino, nelle terre alte, la ricchezza stia crescendo (e con essa i servizi, le reali opportunità di vita, studio e lavoro); avviene soprattutto perché nelle città si stanno impoverendo, a seguito di fenomeni non certo ascrivibili alla crisi dell’ultimo anno ma in corso da decenni, larghe fasce di popolazione. Non basta un ingenuo ottimismo che registra questi dati augurandosi che tutto vada bene, senza soffermarsi a indagare, a riflettere e capire le dinamiche che stanno “dietro il paesaggio” e, soprattutto, senza aver sostanzialmente operato un profondo, necessario, ma non scontato salto culturale dalla logica dello “sviluppo” a un altro modo di guardare al progresso umano.

In fondo, se ci accontentiamo di vedere i colori scelti con cura delle case rinnovate, i muri ricostruiti, facciamo all’antico mondo ormai scomparso il torto consueto: prima disprezzato, poi mitizzato; che è poi la stessa cosa. E perdiamo l’occasione di comprenderlo e riconoscerlo, nelle sue luci e ombre – che sono in parte anche le nostre – e in ciò che avrebbero da insegnarci.


Nota: la prima foto è tratta dal volume È tempo di migrare. La crisi della civiltà contadina in Val Petronio, di Fausto Figone, autore di una serie di interessanti e documentati studi per chi desideri comprendere le principali dinamiche sociali e demografiche dell’ultimo secolo in questa zona, ma anche tentare di ascoltarne le voci scomparse.

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